4 MONOLOGHI TEATRALI

“ISPIOTA L’ITALIOTA”

Sono Ispiota L’Italiota, un cittadino di serie Zeta. Di quelli che non hanno mai avuto voce in capitolo. Sono nato a Ispiota, piccolo villaggio dell’italica penisola. Ho camminato in lungo e in largo l’Europa, per trovare altri possibili paesi in cui vivere. Mi sono fermato nuovamente qua, purtroppo la realtà più vivibile in questo pazzo mondo. Ho amato molto, in vita mia, rimanendo poi deluso. L’umanità mi ha mostrato tutto il suo tepore, il suo torpore, il suo sfinimento. Cerco, alcune volte, una strada diversa: un cono gelato, un rosso pallone. I bambini mi inteneriscono e mi preoccupano e, come loro, gioco alla vita, mai così complessa, da adulto. Il loro fragile destino è un fiato sul collo, una spada di Damocle su di noi, adulti in questo modo, che non capiamo la loro necessità di essere protagonisti di un mondo diverso da questo, sempre comunque in completa evoluzione. O disgregazione. Da qui, la volontà di sentire una speranza diversa, una fede che non sia solo rito e culto omologato, ma slancio vitale onesto. Sentire, per esempio, una passione da sempre infinita per l’emozione semplice di uno stupore! Stupido! Si accusa chi si stupisce bonariamente, ma è colui che vede più lontano. Sembra che gli italiani abbiano dato una mano, più volentieri, agli occupanti in armi, durante tutta la storia italica, creando una specie di contratto forzoso e forzato con loro, ma soprattutto così poco incline ad un autogoverno autentico, fatto di princìpi e sincerità, così legato ai poteri forti, alle mafie, da cui, anche oggi, facciamo reggere il filo del Paese. Io, da parte mia, cosa volete? Sono sempre stato un subordinato, un alieno, quasi, con la mia boccia di Rum sempre in tasca. E sono finito tra i marciapiedi, a chiedere l’elemosina, e non potevo che guardare, perché non potevo farci niente. E solo il Grande Spirito lo sa, quanto sia rimasto deluso per la mancata funzione sociale della gente arresa a sé stessa. Ora lo sono anch’io. Ditelo pure. Finirò in un Manicomio A Cielo Aperto dovuto all’esaurirsi della coscienza collettiva, all’infinitesimarsi della socialità umana da cui assumo la vita. E la vita si paga a peso d’oro e diamanti. No. Non ha prezzo… Ma non è il caso di fare i musoni… Intanto godetevi questa tragicommedia come fosse la vostra ultima. In fondo, a voi, è sempre piaciuto soffrire. No? Gli horror piacciono anche a me. Che la serata non vi sia grave!

 

“L’AUTOVELOX”

Come ebbe a dire il grande Boris Pasternak:

“Scopo della creazione è il restituirsi,
non il clamore, non il gran successo.
E’ vergognoso, non contando nulla,
essere favola in bocca di tutti”.

Al contrario, l’italiano e l’essere umano in genere, si muove, oggi più di sempre, sempre verso forme esasperate di comunicazione, senza che il gran successo esistenziale verso sé stessi si connaturi con quello altrui, ma solo per il tramortito gusto di apparire. Oggi si insinuano i falsi profeti della mediazione mediatica, atti a sconvolgere e a disinserire l’andamento di eccellenti sognatori. Come un autovelox, che si pone sulla strada della conoscenza, i mass media fanno a gara a rallentare, fermare, incidentare, far venir meno il desiderio girovago dell’eterno bambino, lo storico adolescente, che è poi l’individuo maturo, con le sue lagnanze e i piagnistei. Inserimento più meschino non lo potremmo avere. L’autovelox colpisce, in special modo, le ultime generazioni. E’ la morte della socialità, ragazzi. E’ una falsa anarchia, una falsa libertà di stato, miei giovani ascoltatori. L’autovelox rallenta, è vero, e tutta la società lo richiede, ma quelle cose, quelle macchinette che stanno vigili sulle nostre strade, spesse volte, sono vuote del congegno segnalatore. E allora, la falsità del potere si fa doppiamente intrigante: i soldi li mettiamo solo per la forma e non per la sostanza. Così appare. Se tutti noi ci fidassimo gli uni degli altri non avremmo bisogno di prenderci per il culo, con tanto di multe appariscenti negli occhi altrui. E allora, figli di buona donna, figli di un domani sedizioso e rivoluzionario, gente avvezza alla droga della vita, iniziamo questa tragicommedia, o muoriamo per sempre nell’inerzia reazionaria, l’immobilismo in cui questo stato e questo mondo ci ha condotti. Buono spettacolo a tutti! Buona tragicommedia a tutti, belli e brutti! Che la sovversione abbia inizio!

 

 

“DISTURBO BIPOLARE”
Sono cresciuto a suon di Lithium, e il mio esempio erano i grandi pacifisti messianici della storia umana. Sono un bipolare autentico, e la malattia bipolare è così rappresentabile: un istogramma che va su, su, su, sulla linea “x” delle ascisse della vita; un istogramma che va giù, giù, giù, dalla linea “x” delle ascisse della vita. Un attimo sei su. Quello dopo sei giù. Il quoziente motivazionale si annienta. Su. Giù. Come un’altalena. E non ridi più. E non piangi più. O ridi e piangi a intermittenza. Andate a chiedere ai dottori! Andate a chiedere ai dottori! E l’umore se ne va a benedire. Andate a chiedere ai dottori! Ed ora non perdetevi lo spettacolo. Ma guardatevi la tragicommedia. Vedrete. E’ bella. Sta per iniziare.

 

 

“IO NON SONO UN UOMO”
No, io non sono un uomo. Io, no, non sono un uomo. E chi sono, allora? Non sono che un pezzo di sapone con cui ripulire le persone. Forse, chi lo sa. Cercherei di farlo. Ma, in fondo, le mie bolle sono cupe come il petrolio e non luccicano al sole iridescendo. Iride scendo!!! Scendo facendo capolino al tramonto del sole. Sono un suino un po’ sviluppato. Quello sì. Ma un uomo, no. Troppe lotte, violenze, guerre, stragi. Ho imparato che la stupidità sta bene agli uomini. Ne è elemento caratterizzante. Io, uomo! Pfui! A dir tanto preferirei essere una gallina. Oh, grande quoziente d’intelligenza, la gallina! Ma l’uomo è il più stupido di tutti gli animali. Perché è un animale, lo sapete tutti. Meglio dell’uomo anche l’acaro della polvere. Almeno non parla a vanvera, almeno credo. Eh sì, sono un misantropo, io! Come quello di Molière. Una sedia, cento confessioni. L’anzianità si fa sentire che non ho ancora 40 anni. Scusate. Piango. Scusate. Rido. Scusate. Ripiango. Non si dovrebbe piangere in scena. Lo so. Non è professionale. Una gallina… un acaro… Nella prossima vita tibetana voglio rinascere quegli animali là. E lasciatemi divertire. E lasciatemi soffrire. Per adesso non siamo che agli inizi, poi vedrete che opera vi ho dedicato. Siamo agli inizi della mia trasformazione caduta dall’alto della scala gerarchica. La tragicommedia. E’ carina. Vedrete.

(LEONARDO MAGNANI)