IL PRIMA E IL DOPO (e altro vicino).

 

PADRE

P rodromi lieti, o padre adolescente,

A llevato di rigor contadinesco nel caffellatte:

“D in din”, il nostro tesoro è sotto il bicchiere.

R omba la locomotiva dei capelli tuoi nei bei ricordi,

E non seppi dirti mai quanto t’amo, centurione ferroviere!

 

MADRE

M i son destato, o madre sorellina,

A ncorato ai mie ottusi sogni di spensieratezza.

D immi la figlia che fosti di “Buona Novella”,

R edimita a lavandare per la giusta  nitidezza.

E non seppi dirti mai  quanto t’amo, sarta in gonnella!

 

NONNE

N ulla è più caro dell’età senile:

O ggetti polverosi ed il vinile

N elle tracce rovinate e debordanti di memoria.

N ulla è più caro dell’età senile:

E non seppi dirvi mai quanto vi amo, la vostra microstoria!

 

NUOVO NEGOZIO

Dietro la plastica d’un grande store

In divenire, l’incerto potrò

Esaudire in convergenti proposte:

Tante risposte cadranno nel cuore!

 

STUPRO

S imilmente mio quel bambinello stanco,

T umefatto di gloria e speranza.

U na proboscide si pone tra le palpebre,

P roboscide d’un proletario che ha i suoi anni.

R obusta è la vita nei più segreti campi;

O condensa uno stupro o lascia indifferenza.

 

CULTO

C ondensa la dottrina e non dice poi nulla,

U midità austera che sanguina già in culla ,

L ievita con te e tersa macchia,  morchia della storia.

T utte le capitali del mondo, “spirituali”,

O lezzano del puzzo prigioniero nei loro consociati.

 

L”EREMITA

L’eremitaggio non lo fanno i canti,

se il mar salato sciaborda il salmastro

e in flutti il tardo conato olivastro

confonde il chiasso d’inutili vanti.

L’eremitaggio non lo fanno i santi,

fanti in tenzone per l’eredità

senza conoscere l’umanità

o quella severa che può fare i conti.

L’eremitaggio lo so io chi lo fa :

è la vecchina in pensione, il mulettista disilluso,

la giocatrice a scopone, il travestito religioso…

C’è chi lo fa ma neppure lo sa.

Ne è piena la storia.

 

RITO

R idere per cosa o commuoversi per poco,

I nscindibilmente no!

T utto è fuga verso l’eterno.

O bliquità indaffarata.  Ma ad oggi è solo un contenzioso.

 

IDEE CHIARE SUL FAR DELLA SERA

Chi vuole assistere al tramonto del Sole?
Non ci sono idee chiare
per cogliere i raggi sul prato:
le stelle già cingono attorno.

SONO CERTO

Sono certo che scenderò
dalle colline a cercarti,
questa notte,
interpretando sulle tue palpebre
addormentate il nostro sogno
d’amore.
Ci lanceremo su cavalli di nuvole
dorate come i raggi
di un Sole ancora guerriero.
Sono certo che sapremo amarci
come la sabbia su un mocassino di pelle.

RAGAZZA DELLA MIA GENTE

Ti ho incontrata sola al sentiero
del torrente
a prendere l’acqua
per i tuoi genitori;
ora camminiamo insieme,
sotto la stessa coperta,
e ci prepariamo a far sorridere
i nostri figli.
E ripenso a quando ti ho vista sola,
al sentiero del torrente:
bevevi alla pozza della vita
e l’acqua stillava una sorpresa d’amore.

ENTUSIASMO

Ti ho sorpresa nel boschetto a lavare
e sento la speranza
nella stanza del mio cuore;
c’è molto entusiasmo negli occhi tuoi.

L’ATTESA DI CALLIOPE ED EUTERPE

Pedinano le attese in acque amare,
un flusso argenteo aureolare,
in una sera ad Albissola a bere;
bevono pure le dolci sirene.

Tutti sorseggiano per maledire
il rinverdire d’un tenue cantare.

IDENTITA’

I_l dandy è un sordomuto
D_entro il mondo e le parole,
E_mpireo vitupero
N_obilmente eletto come prole in un angoletto,
T_ristemente atto a sconfessare.
I_ntrusi incidono indignati,
T_urpiloquiando la persa sentenza:
A ciascuno piace la casacca indossare.

SENZA TITOLO

Qual vuoto esistenziale oggi ti porti,
che ignorasti nei dì torti di porti!
Un pescatore veleggia tra i porti?

SI VIS PACEM PARA BELLUM

E bolle a distillare l’alambicco,
violento a scindere i guerrieri e i mesti,
che, se di fronte agli uni il fuoco appicca,
sorride agli altri serpolando gesta.
Infine, impone a questi la pasticca
al “Tum-Tum Golgota”, o in tivvù le vesta,
mentre costoro, i sobillatori,
smarriti sono nei falsi “valori”.

Rose latenti,
degli animi sì liberi di regni,
perdete ovunque i petali valenti?

Ma nella conseguente tua brinata
nuovo oscillare dai nuovi disegni,
o rosa rinata!

REINTEGRO

Senti, le dolci parole non servono
a molto: qual parentesi gentili,
nell’Apeiròn dissociante di vili,
solo un’effimera parvenza serbano.

Eppure, in cuor sincero, debbo dirti
giusto un progetto, comune: l’umano
solo si libera gustando i mirti
dell’amore vissuto intensamente.

Dolci parole sono in vero gli occhi,
il tuo sorriso perduto al domani,
al tocco ansioso d’Amore le mani
frementi, un galoppar di ratti cocchi.

Io sono uno Zupay e tu la mia Abere,
e non creder che ciò sia troppo arcano:
noi finiamo la notte andando a bere,
inoltrandoci, soli, fra la gente.

LENTI

Ci sono occhi che vedono ben poco
ed occhi che non vedono per niente.
Ma c’è, più grave, un’altra cecità,
di chi, vedente, ostenta la sua lente.

E’ questa la più spessa e di gran fuoco,
perché non è di nascita il malato
che la porta, e neppure incidentato,
ma astuto burlator della città.

Conosco un cieco vero e pure matto
che, d’autorevolezza e fine tatto,
senza lenti, si cerca una certezza;

non ti rifiuta mai benevolenza,
e negli occhi ferrigni ha una dolcezza!
L’astuto cieco, intanto, è deputato.

ISPIOTA (a Pistoia, nel bene e nel male)

Ispiòta, m’hai dato la mORte!
L’Averno è voragine e pasce
dell’ORE in cui l’animo sORte
sviluppi e rovine di fasce.

Ispiòta, e per questo bruciORE,
che ancORA anelante s’annida
– nel cuOR dell’eclisse livORE -,
mi lasci dinanzi una sfida;

Ispiòta, Ispiòta dolORE,
che pure da tanto vapORE
“NitORE!!!” gridasti allo scatto:

riscatto di Logos… ritratto!

IL SOLDATO E IL FANCIULLO

La notte trascolora
le facce di sorpresa,
la speme d’ossatura,

perché non tanto è resa,
dal sogno di fanciullo,
gradita gioia attesa.

In me il bimbo annullo,
nel mio fiatar strisciante,
ma d’ora non trascuro,

lo cullo tra le piante;
lui parmi dica solo:
“Io sono il tuo birbante,

non farmi stare solo”.
Se pure mi dispero
del re o perché assiolo,

ancor sento che devo
spogliarmi tra le brande
al bambinello ch’ero.

IL COMMIATO

“Come era buono!”, “Com’è emaciato!”,
“Non meritava…”, “Ma quale supplizio!”…
Tanto onesto il sorriso e senza vizio,
così il ricordo tornava offuscato.
La salma, quieta, perdeva il tumulto,
nella sua bara confusa da croci;
nell’altra stanza un tappeto di voci
di donne austere, sfidanti l’inulto.

Anche uno scarafaggio sgambettava:
senza potersi girar sulle zampe,
ai crisantemi di legge, alle gambe,
il suo tormento di morte gridava.
“Come era buono!”, “Com’è emaciato!”,
“Non meritava…”, “Ma quale supplizio!”…
Tanto onesto il sorriso e senza vizio,
nel corteo di cimici del prato.

Ora, allungato, giace alle colonne,
per la dieresi mai naturale:
lo scarafaggio cresciuto nel Male
ride compianto da cimici e donne.

 

NOTTE BRAVA, NOTTE ROMANA (ad Arianna)

Questo “Ambleto” romano m’è piaciuto

e non per il buon testo di Testori,

né per la Forte, diva fra gli attori,

ma come empirico gioco al vissuto.

Cara inebriante, dolce gelsomino,

ricordi come fu lungo il cammino

che al mattino condusse i lenti passi

e i nostri corpi silenziosi e sazi?

 

UN SOGNO ANCORA (a Concetta)

Di remote beltà son cacciatore,
quasi un rifugio dal mondo che abietta;
nel dormiveglia di sogni d’amore
un lieto riso si pone a vedetta.

In tempi ostili, se lo spirto muore,
forse ho trovato la guida predetta:
non so che senta e neppure se puote
offrire il cuore l’amata Concetta.

INCOMPRENSIONE SENTIMENTALE

L’amore è privilegio del dolore
od utopia generazionale?

LA PARTITA SENTIMENTALE

E’ finita la partita
e non so chi indossa alloro,
nello stadio recintato
che risuona un triste coro.

E’ finita e so per certo
che non ebbi a vincer più
d’una misera esperienza:
l’orologio a cucù.

Ora là, nel campo spento,
è coperto il verde manto;
non si giocano sconfitte,
ma si leva un turpe canto:

i romiti, spirti amici,
nel singulto di rimpianto,
sugli spalti rovinosi
già si crucciano di tanto.

Pure, solo, salirò
quelle infauste gradinate.
La conchiglia affondo inerme
e con lei le mie giornate.

LA DEBORDATURA

L’edera sale sulle mura cittadine,
arbusti di miele si compongono lenti,
occhieggiano le foglie a distratte bambine.

Nell’angolo opposto, il muro cadente
non genera verde, e le pietre vicine
crollano al gelo sfiancando due amanti.

E’ sempre così, con la debordatura,
quando le consistenze si vestono
delle duplici armature dell’Altura,

e la luce e le tenebre si contendono,
nel fare e fare di stelle e di luna,
come d’un orologio l’inevitabile pendolo.

AFFINITA’

La sera è dicembre e balla, balla
di colori e di lucerne:
come un’onda spalleggia la massa
con la saliva viscida d’un verme.
La sera di natale è solo festa
e rumori e silenzi per la strada più misera,
e se un povero cristo minestra
palmeggia un sorriso solitario lo libera.
Pure quel broncio rammenta mattini turbati,
rassegnati davanti al mio specchio;
però, la sagoma ha gli occhi malati
e le grinze che gridano: “Sei tu da vecchio!”.

 

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